DIRITTO E PROCEDURA PENALE

Corte di Cassazione, 22 luglio 2013 n. 31356

Incorre in responsabilità penale ex art. 589 c.p. il proprietario dell'immobile dotato di un impianto di riscaldamento in pessimo stato di manutenzione, che ne abbia ceduto a terzi il godimento, qualora l'evento lesivo, derivato alla deflagrazione, sia riconducibile al cattivo funzionamento di tale impianto. Il proprietario dell'immobile, invero, è titolare di una specifica posizione di garanzia, in virtù della quale è tenuto a consegnare un impianto di riscaldamento revisionato, in piena efficienza e privo di carenze, sia funzionali che strutturali. Né un tale responsabilità può essere esclusa dalla dedotta complessità tecnica degli adempimenti necessari a rendere l'impianto predetto adeguato alle prescrizioni di settore

 

 

 

 

 

Corte di Cassazione, 22 luglio 2013 n. 31304

Il datore di lavoro di impresa esecutrice deve valutare tutti i rischi per la sicurezza e la salute dei lavoratori ed individuare le misure di prevenzione e protezione ed i dispositivi di protezione individuali la cui necessaria adozione è stata definita attraverso la valutazione dei rischi. E' principio pacifico che la presenza di più imprese esecutrici non comporta il trasferimento o l'accentramento di siffatto obbligo in capo ad una sola delle più Imprese; ognuna di queste è tenuta a redigere un proprio P.O.S.; le ragioni di ciò sono di immediata intuibilità, posto che siffatto documento equivale al documento di valutazione del rischi, già sopra evocato

 

Corte di Cassazione, 16 luglio 2013 n. 30525

E’ sempre aggravato dalla finalità dell'odio razziale il comportamento di chi insulta un'altra persona sulla base di un sentimento di avversione o di discriminazione fondato sulla razza, l'origine etnica o il colore, e cioè di un sentimento immediatamente percepibile come connaturato alla esclusione di condizioni di parità.

 

Corte di Cassazione, 15 luglio 2013 n. 30177

Sono utilizzabili le videoregistrazioni effettuate dal datore di lavoro laddove agisca non per controllare la prestazione lavorativa ma per specifici casi di tutela dell’azienda rispetto a specifici illeciti.

 

Corte di Cassazione, 11 luglio 2013 n. 29789

Deve essere condannato per corruzione propria per il consigliere comunale di minoranza che al fine di compiere un atto contrario ai doveri di ufficio, consistente nel voto favorevole alla adozione di una delibera consiliare per l’aumento di cubatura ammissibile in un determinato sito, riceveva dal proprietario di quest’ultimo la promessa di un’utilità non dovuta consistente nell’offerta di aiutarlo in una progressione in carriera presso l’agenda dove lavorava.

 

Corte di Cassazione, 8 luglio 2013 n. 28874

Per la rilevanza penale della condotta produttiva di rumori basta l'incidenza sulla tranquillità pubblica, in quanto l'interesse tutelato dal legislatore è la pubblica quiete, sicché i rumori devono avere una tale diffusività che l'evento di disturbo sia potenzialmente idoneo ad essere risentito da un numero indeterminato di persone, pur se poi concretamente solo taluna se ne possa lamentare.

 

Corte di Cassazione, 4 luglio 2013 n. 28730

Compie il reato di vilipendio alla nazione chi si lascia scappare frasi del tipo “Italia paese di merda”.
Il diritto di manifestare il proprio pensiero in qualsiasi modo non può trascendere in offese grossolane e brutali prive di alcuna correlazione con una critica obiettiva: per integrare il reato, previsto dall'articolo 291 del codice penale, «è sufficiente una manifestazione generica di vilipendio alla nazione, da intendersi come comunità avente la stessa origine territoriale, storia, lingua e cultura, effettuata pubblicamente.

 

Corte di Cassazione, 4 luglio 2013 n. 28695

Integra la minaccia costitutiva del delitto di estorsione la prospettazione da parte del datore di lavoro ai dipendenti, in un contesto di grave crisi occupazionale, della perdita del posto di lavoro per il caso in cui non accettino un trattamento economico inferiore a quello risultante dalle buste paga.

 

Corte di Cassazione, 3 luglio 2013 n. 28603

Chi viene pesantemente emarginato e vessato sul luogo di lavoro può aver diritto a un risarcimento per le “lesioni” subite, c.d. straining.

 

 

Corte di Cassazione, 2 luglio 2013 n. 28502

Non incorre nel reato di diffamazione a mezzo stampa il giornalista che riporti le frasi di un personaggio, che occupa una posizione di alto rilievo nell’ambito della vita politica, sociale, economica, scientifica, culturale, pure in sé diffamatorie, nei confronti di altro personaggio, la cui posizione sia altrettanto rilevante”.

 

Corte di Cassazione, 26 giugno 2013 n. 16111

In tema di diffamazione a mezzo stampa, il diritto del soggetto a pretendere che proprie, passate vicende personali siano pubblicamente dimenticate (nella specie, c.d. diritto all’oblio in relazione ad un’antica militanza in bande terroristiche) trova limite nel diritto di cronaca solo quando sussista un interesse effettivo ed attuale alla loro diffusione, nel senso che quanto recentemente accaduto (nella specie, il ritrovamento di un arsenale di armi nella zona di residenza dell’ex terrorista) trovi diretto collegamento con quelle vicende stesse e ne rinnovi l’attualità, in caso diverso risolvendosi il pubblico ed improprio collegamento tra le due informazioni in un’illecita lesione del diritto alla riservatezza.

 

Corte di Cassazione, 21 giugno 2013 n. 27690

La persona condannata può ottenere la misura dell’affidamento in prova ai servizi sociali anche se non ha un lavoro stabile. L’attualità di un impiego, infatti, non costituisce un elemento indispensabile per la concessione del beneficio. La mancanza di una concreta e attuale attività lavorativa non è, di per sé, elemento sufficiente per negare la misura alternativa dell’affidamento in prova. Non rientra tra i requisiti per la concessione della misura alternativa la prospettiva di un lavoro stabile per il condannato, che può quindi usufruire del beneficio anche quando non riesce a reperire un lavoro ma si impegna in attività utili

 

Corte di Cassazione, 20 giugno 2013 n. 26966

Il medico è responsabile dei danni (morte) subiti dal paziente se non si dissocia dalla scelta del direttore sanitario: il medico che insieme al direttore del reparto compie attività sanitaria non può pretendere di essere sollevato da responsabilità ove ometta di differenziare la propria posizione, rendendo palesi i motivi che lo inducono a dissentire dalla decisione eventualmente presa dal direttore.

 

Corte di Cassazione, 19 giugno 2013 n. 26666

L'inammissibilità genetica dell'impugnazione per difetto di specificità o manifesta infondatezza delle censure, non consentendo il formarsi di un valido rapporto d'impugnazione, interdice la possibilità di far valere o rilevare d'ufficio la causa estintiva maturata nelle more della trattazione del ricorso per cassazione.

 

Corte di Cassazione, 18 giugno 2013 n. 26457

L’integrazione del reato necessita dell’elemento soggettivo del dolo specifico e cioè dalla sussistenza in capo all’agente del fine di trarre un profitto ingiusto. Ai fini della configurazione del reato di favoreggiamento della permanenza nel territorio dello Stato di immigrati clandestini nell’ipotesi di rapporto contrattuale instaurato con essi, occorre accertare la sussistenza, in capo all’agente, del dolo specifico, consistente nella finalità di trarre ingiusto profitto dalla condizione di illegalità dello straniero clandestino.

 

Corte di Cassazione, 13 giugno 2013 n. 26017

Non ricorre l'aggravante dei futili motivi per il marito che spara alla moglie perché chiama la cartomante a pagamento. Il motivo che ha determinato l'imputato a compiere il gesto di estrema gravità in danno della moglie non è costituito dall'uso smodato del telefono da parte della vittima (fatto obiettivamente banale rispetto al delitto compiuto), ma dalla circostanza che il ricorso a servizi telefonici di chiromanzia comportava costi tali da dimezzare il reddito dell'imputato, con le gravi ripercussioni sul bilancio familiare.

 

Corte di Cassazione, n. 25607/2013

L'errore, ancorché colposo, del datore di lavoro sul possesso di regolare permesso di soggiorno da parte dello straniero impiegato, cadendo su elemento normativo integrante la fattispecie, comporta l'esclusione della responsabilità penale.

 

Corte di Cassazione, 6 giugno 2013 n. 25019

Il ricorso per Cassazione avverso il decreto di archiviazione, la cui adozione non sia stata preceduta dalla notificazione della richiesta del pubblico ministero alla persona offesa che abbia tempestivamente dichiarato di voler essere informata, deve essere proposto entro quindici giorni dalla data di effettiva conoscenza dell’esistenza di tale decreto.

 

Corte di Cassazione, 6 giugno 2013 n. 24867

E’ reato la permanenza in Italia senza permesso di soggiorno. La norma che incrimina le condotte di ingresso e permanenza illegale nel territorio dello Stato - art. 10 bis D.lgs n. 286 del 1998 - ha di recente superato il vaglio di compatibilità costituzionale: il Giudice delle leggi, con sentenza n. 250 dei 2010, ha precisato che la norma non punisce una «condizione personale e sociale» - quella, cioè, di straniero «clandestino» (o, più propriamente, «irregolare») - e non criminalizza un «modo di essere» della persona. Essa, invece, punisce uno specifico comportamento, costituito dal «fare ingresso» e dai «trattenersi» nel territorio dello Stato, in violazione delle disposizioni dl legge.

 

Corte di Cassazione, 4 giugno 2013 n. 24165

L’educatrice e l’assistente bagnanti rispondono per colpa dell’annegamento del bambino lasciato solo nella piscina del villaggio ricreativo per accompagnare nel gazebo un altro bambino che aveva chiesto di riposarsi in un posto più tranquillo.

 

Corte di Cassazione, 29 maggio 2013 n. 22326

L'uso sistematico della violenza, quale ordinario trattamento dei minore, anche dove fosse sostenuto da animus corrigendi, non può rientrare nell' ambito della fattispecie di abuso dei mezzi di correzione, ma concretizza gli estremi del delitto di maltrattamenti.

 

Corte di Cassazione, 27 maggio 2013 n. 22915

Il legislatore, facendo tesoro dell'approdo cui è pervenuta la consolidata giurisprudenza di legittimità, con la novella 1 ottobre 2012 n. 172 ha parzialmente riformato l'art. 572 c.p., cambiando la rubrica da "maltrattamenti in famiglia" in "maltrattamenti contro familiari e conviventi" e precisando che soggetto passivo del reato non è soltanto "una persona della famiglia", ma "una persona della famiglia o comunque convivente". In altre parole il legislatore, riconosciuto il valore sociale della convivenza come modello idoneo a costituire una di quelle formazioni sociali che l'ordinamento costituzionale si impegna a riconoscere e garantire (v. art. 2 Cost.), ha inteso assicurare tutela penale non solo ai componenti della famiglia legale, ma anche ai membri delle unioni di fatto fondate sulla convivenza.

 

Corte di Cassazione, 26 maggio 2013 n. 22644

Non è sempre necessario avere i risultati dell’etilometro per contestare al conducente la guida in stato di ebbrezza: la condanna, infatti, è lecita anche quando lo stato del guidatore è tale da non consentirgli nemmeno di soffiare nell’apparecchio per effettuare la rilevazione. Esiste sempre la possibilità di desumere esclusivamente da elementi sintomatici, pur in mancanza dell’accertamento mediante test, il reato di cui all’articolo 186 del c.p. nelle sue differenti specie.

 

Corte di Cassazione, 21 maggio 2013 n. 21703

Per i reati legati alle sostanze stupefacenti, la convalida da parte del giudice di pace del provvedimento restrittivo del questore deve rispettare il termine di 48 per consentire l’esercizio della difesa, a pena di nullità. Quando il Giudice di pace competente convalida il provvedimento adottato dal questore, ai sensi dell’art. 75-bis comma 2 del Dpr n. 309 deI 1990, prima che sia trascorso il termine di 48 ore dalla notifica all’interessato del provvedimento stesso, si realizza una lesione del diritto all’intervento ed alla assistenza difensiva, che impone l’annullamento della decisione di convalida per violazione di norma processuale stabilita a pena di nullità ex art. 178 lett. c) c.p.p.

 

Corte di Cassazione, 21 maggio 2013 n. 21402

La speciale esimente contemplata dall'art. 598 c.p., per offese in scritti o discorsi pronunciati dinanzi alla autorità giudiziaria, con la quale il legislatore ha inteso garantire alle parti del processo la massima libertà nell'esercizio del diritto di difesa, trova applicazione sempre che le offese riguardino in modo diretto ed immediato l'oggetto della controversia e abbiano rilevanza funzionale per le argomentazioni svolte a sostegno della tesi prospettata o per l'accoglimento della domanda proposta.

 

Corte di Cassazione, 17 maggio 2013 n. 21220

In tema di cooperazione nel delitto colposo, perchè la condotta di ciascun concorrente risulti rilevante ai sensi dell'art. 113 c.p., occorre che essa, singolarmente considerata, violi la regola di cautela, e che tra le condotte medesime esista un legame psicologico.Il responsabile di uno studio medico (nella specie Direttore responsabile della struttura medica), per la peculiarità della funzione posta a tutela di un bene primario, giusta testuale disposto dell'art. 33 della Carta costituzionale, ha l'obbligo di verificare, in via prioritaria ed assorbente, non solo i titoli formali dei suoi collaboratori, curando che in relazione ai detti titoli essi svolgano l'attività per cui essi risultano abilitati, ma ha altresì l'ulteriore, concorrente e non meno rilevante, obbligo di verificare in concreto, che, al formale possesso delle abilitazioni di legge, corrisponda un accettabile standard di "conoscenze e manualità minimali", conformi alla disciplina ed alla scienza medica in concreto praticate. Una volta accertato il mancato rigoroso adempimento degli obblighi di verifica formale dei titoli abilitanti il concreto esercizio della professione, il direttore dello studio medico, non solo risponde del concorso nel reato di cui all'art. 348 c.p., con la persona non titolata, ma risponde del pari, ex art. 113 c.p., degli illeciti, prevedibili secondo l'"id quod plerumque accidit" e derivati dalla mancata professionalità del collaboratore la cui competenza formale e sostanziale non sia stata        convenientemente verificata.

 

Corte di Cassazione, 16 maggio 2013 n. 21064

La correzione a penna dell’orario dello scontrino relativo al misuratore del tasso alcolemico del conducente è una mera irregolarità che non inficia la sanzione. L‘orario di effettuazione delle prove coincide esattamente con le indicazioni riportate nel verbale di intervento, che è atto fidefacente, redatto dal personale operante; e che le correzioni non indubbiano altrimenti il rispetto dell’intervallo di tempo di 5 minuti tra le operazioni di analisi dell’aria alveolare espirata, prescritto dall’art. 379, Reg. Es. Cod. strada. L’effettuata correzione dell’orario indicato negli scontrini rilasciati dall’etilometro utilizzato per il controllo del tasso alcolemico, non accompagnata dalla redazione di uno specifico verbale volto a documentare le operazioni di correzione di cui si tratta, integra una mera irregolarità

 

 

 

 

 

 

 

Corte di Cassazione, 15 maggio 2013 n. 20993

Per configurare il reato di stalking non occorre “una rappresentazione anticipata del risultato finale, ma, piuttosto, la costante consapevolezza, nello sviluppo progressivo della situazione, dei precedenti attacchi e dell’apporto che ciascuno di essi arreca all’interesse protetto, insita nella perdurante aggressione da parte del ricorrente della sfera privata della persona offesa. Trattandosi di reato abituale di evento, è sufficiente ad integrare l’elemento soggettivo il dolo generico, quindi la volontà di porre in essere le condotte di minaccia o di molestia, con la consapevolezza della idoneità delle medesime alla produzione di uno degli eventi alternativamente necessari per l’integrazione della fattispecie legale, che risultano dimostrate proprio dalle modalità ripetute ed ossessive della condotta persecutoria compiuta dal e delle conseguenze che ne sono derivate sullo stile di vita della persona.

 

Corte di Cassazione, 14 maggio 2013 n. 11550

La notifica dell'atto giudiziario, eseguita presso indirizzo diverso da quello di residenza, deve considerarsi valida: le rilevanze anagrafiche rivestono un valore meramente presuntivo circa il luogo dell'effettiva abituale dimora, il quale è accertabile con ogni mezzo di prova, anche contro le attese risultanze anagrafiche, assumendo rilevanza esclusiva il luogo ove il destinatario della notifica dimori di fatto in via abituale.

 

Corte di Cassazione, 14 maggio 2013 n. 11451

La concessione di una proroga della misura del trattenimento del cittadino straniero, che non possa essere allontanato coattivamente contestualmente all’espulsione, oltre il termine legale massimo di sessanta giorni è nulla, ancorché ciò rientri nel termine finale di durata massima, in quanto il potere di prolungare la condizione di restrizione della libertà personale ha natura eccezionale.

 

Corte di Cassazione, 13 maggio 2013 n. 20384

non é un reato pubblicare su Internet gli annunci di chi si prostituisce, poiché «la pubblicazione di inserzioni pubblicitarie sui siti web, al pari di quelle sui tradizionali organi di informazione a mezzo stampa, deve essere considerata come un normale servizio in favore della persona

 

Corte di Cassazione, 3 maggio 2013 n. 19093

Commette il reato di frode in commercio per l’etichetta sulla quale è scritto in caratteri ben visibili “specialità siciliane” mentre in una diversa scritta in piccolo si fa un generico riferimento al Mediterraneo come luogo di provenienza. Nel valutare l’idoneità della condotta a produrre l’equivoco sull’origine dei prodotto occorre tenere conto delle modalità correnti nella scelta e nell’acquisto del prodotto medesimo da parte del consumatore medio che potrebbe non essere a conoscenza di normative specifiche, l’obbligo di non ingannevolezza sulla zona di origine del prodotto prescinde dalla concomitante presenza nella medesima area geografica di prodotti specificamente protetti assolvendo all’obbligo di una corretta informazione per il consumatore.

DIRITTO PROCESSUALE CIVILE

Corte di Cassazione, 24 luglio 2013 n. 17931

Il ricorso per cassazione va dichiarato inammissibile, allorché il ricorrente, nel lamentare l’omessa pronuncia in ordine ad una delle domande od eccezioni formulate, non solo menzioni un motivo non pertinente ed ometta di menzionare quello di cui all'art. 360, primo comma, n. 4 cod. proc. civ., in relazione all'art. 112 cod. proc. civ., ma sostenga altresì che la motivazione sia stata omessa o sia insufficiente o si limiti ad argomentare sulla violazione di legge; mentre il ricorso resta ammissibile, qualora comunque il motivo, pur senza richiamare il n. 4, faccia inequivocabilmente riferimento alla nullità della decisione derivante dall'omissione

 

Corte di Cassazione, 22 luglio 2013 n. 17781

Alle controversie relative alla domanda di equa riparazione, in quanto vertenti su diritti patrimoniali e disponibili ai sensi dell’art. 2, primo comma, del d.lgs. n. 28 del 2010, può applicarsi la disciplina della mediazione. L’istanza di mediazione nei sei mesi di proponibilità della domanda impedisce per una sola volta la decadenza dal diritto di agire e, se il tentativo di conciliazione fallisce, consente che la domanda sia proposta entro il medesimo termine di decadenza, decorrente dal deposito del verbale negativo di conciliazione presso la segreteria dell’organismo

 

Corte di Cassazione, 2 luglio 2013 n. 16559

Qualora uno dei coniugi, in regime di comunione legale dei beni, abbia da solo acquistato o venduto un bene immobile da ritenersi oggetto della comunione, il coniuge rimasto estraneo alla formazione dell'atto è litisconsorte necessario in tutte le controversie in cui si chieda al giudice una pronuncia che incida direttamente e immediatamente sul diritto, mentre non può ritenersi tale in quelle controversie in cui si chieda una decisione che incide direttamente e immediatamente sulla validità ed efficacia del contratto.

 

Corte di Cassazione, 21 giugno 2013 n. 15715

L’improcedibilità dell’appello è comminata dall’articolo 348, primo comma, c.p.c. per l’inosservanza del termine di costituzione dell’appellante, ma non anche per il mancato rispetto delle forme di costituzione, sicché, essendo il regime dell’improcedibilità di stretta interpretazione in quanto derogatorio al sistema generale della nullità, il vizio della costituzione tempestiva ma inosservante delle forme di legge soggiace al regime della nullità e, in particolare, al principio del raggiungimento dello scopo, per il quale rilevano anche comportamenti successivi alla scadenza del termine di costituzione; ne consegue che non può essere dichiarato improcedibile l’appello se l’appellante, nel costituirsi entro il termine di cui agli artt. 165 e 347 c.p.c., ha depositato, all’atto dell’iscrizione a ruolo, una c.d. ‘velina’ dell’atto d’appello in corso di notificazione - priva, quindi, della relata di notifica -, qualora egli abbia depositato, successivamente alla scadenza del termine medesimo, l’originale dell’atto notificato, conforme             alla ‘velina’”

 

Corte di Cassazione, 12 giugno 2013 n. 14774

Vige nel nostro ordinamento il principio della perpetuatio dell'ufficio del difensore con la conseguenza che la sopravvenuta rinuncia al mandato del difensore di una delle parti non spiega alcun effetto nel  processo e non costituisce legittimo motivo di rinvio della trattazione della causa, tanto più nel giudizio di cassazione, caratterizzato da uno svolgimento per impulso di ufficio.

 

Corte di Cassazione, 31 maggio 2013 n. 13858

In tema di liquidazione dei compensi professionali dell’avvocato, il parere dell’ordine professionale è vincolante soltanto per la pronuncia del decreto ingiuntivo e non anche nel giudizio di opposizione.

 

Corte di Cassazione, 21 maggio 2013 n. 12478

Deve essere esclusa la nullità della notificazione dell’impugnazione eseguita presso l’avvocato domiciliatario il quale, sebbene cancellato dall’albo per effetto di sanzione disciplinare, aveva continuato a curare la pratica del proprio cliente per ottenere l’esecuzione della sentenza di primo grado, così ingenerando nella controparte l’affidamento incolpevole circa la sua persistente legittimazione.

 

Corte di Cassazione, 21 maggio 2013 n. 12439

Nelle controversie per prestazioni previdenziali, l’onere di dichiarare l’esatto valore della prestazione dedotta in giudizio, previsto a pena di inammissibilità dall’art. 152 disp. att. cod. proc. civ., sussiste solo per il ricorso introduttivo del giudizio di primo grado.

 

 

 

 

 

Corte di Cassazione, 21 maggio 2013 n. 12391

In base al diritto comunitario vigente e positivo, quale emergente dalle sentenze della Corte di Lussemburgo soprattutto in tema di libera circolazione delle persone, cittadine degli Stati membri l'osservanza della normativa processuale interna, di cui si discute, non restringe alcuno spazio di giustizia che va realizzato pur sempre nel rispetto dei diritti fondamentali e dei diversi ordinamenti e tradizioni giuridiche degli Stati membri. Secondo la Corte Costituzionale solo in casi particolari il deposito degli atti in cancelleria può essere effettuato mediante l'invio degli stessi a mezzo posta, mentre per quanto riguarda il giudizio ordinario, la costituzione va effettuata recandosi personalmente in cancelleria e presentando gli atti al cancelliere. Tale accortezza si rende necessaria sia per un'esigenza di controllo della documentazione da parte del Cancelliere, sia per consentire al convenuto di verificare l'attinenza alla controversia ed eventualmente contestare i documenti prodotti. La mancata ottemperanza a questa regola di base genererebbe una violazione dei criteri di correttezza e buona fede alla base dell'instaurazione di un corretto rapporto processuale.

 

Corte di Cassazione, 21 maggio 2013 n. 12385

Sussiste nel giudizio di opposizione la concorrente legittimazione passiva dell'ente impositore in quanto titolare della pretesa contestata e dell'esattore, quale soggetto dal quale proviene l'atto oggetto dell'opposizione l'opposizione deve essere proposta anche nei confronti del medesimo esattore che ha emesso cartella esattoriale ed al quale va riconosciuto l'interesse a resistere anche per gli innegabili riflessi che un eventuale accoglimento dell'opposizione potrebbe comportare nei rapporti con l'ente.

 

Corte di Cassazione, 17 maggio 2013 n. 12119

L’indicazione della “prova contraria”, consentita dall’art. 184, primo comma, ultima parte, cod. proc. civ. (nella formulazione dettata dall’art. 18 della legge n. 353 del 1990), in forza di ulteriore termine fissato dal giudice rispetto a quello per la produzione documentale e di nuovi mezzi di prova, va riferita unicamente alle (contro)prove volte a contrastare le prove richieste nel contesto dell’operare del primo termine previsto dal citato art. 184, e non già a dare in genere prova contraria dei fatti allegati.

 

Corte di Cassazione, 14 maggio 2013 n. 11523

Nella simulazione relativa della compravendita per interposizione fittizia dell'acquirente, l'alienante non è litisconsorte necessario, se nei suoi riguardi il negozio è stato integralmente eseguito e manca ogni suo interesse a essere parte nel giudizio.

 

Corte di Cassazione, 10 maggio 2013 n. 11232

L’art. 2 del d.l. n. 223 del 2006, convertito nella legge n. 248 del 2006, nel prevedere che il giudice liquida le spese di giudizio ed i compensi professionali “in caso di liquidazione giudiziale … sulla base della tariffa professionale”, fa espressamente salve le tariffe professionali anche per il caso di liquidazione giudiziale del compenso nei rapporti tra il cliente ed il proprio avvocato. Nel vigore del predetto decreto, inoltre, il giudice, ove sussista una manifesta sproporzione tra le prestazioni dell’avvocato e l’onorario previsto, può liquidare un compenso inferiore ai minimi tariffari, in mancanza di un accordo tra il professionista e il cliente-curatore, solo in presenza del parere obbligatorio del competente Consiglio dell’Ordine.

 

Corte di Cassazione, 7 maggio 2013 n. 10531

L’esistenza dell’accettazione con beneficio d’inventario costituisce l’oggetto di un’eccezione in senso lato, come tale rilevabile d’ufficio anche in appello, purché risultante dagli atti, pur senza specifica allegazione di parte ed anche in favore di altro chiamato inizialmente contumace.

FALLIMENTO E ALTRE PROCEDURE CONCURSUALI

Corte di Cassazione, 4 luglio 2013 n. 16751

E’ da ritenersi precluso l’avvio del procedimento prefallimentare dalla carenza ab origine dello stesso soggetto istante, allorché la società creditrice si sia già estinta in conseguenza della sua cancellazione dal registro delle imprese, ai sensi dell’art. 4 del d.lgs. n. 6 del 2003, situazione rilevabile in via officiosa anche in sede di reclamo, in quanto attinente alla sussistenza dell’indispensabile iniziativa di parte per la dichiarazione di fallimento.

PROCEDURE ESECUTIVE

Corte di Cassazione, 7 maggio 2013 n. 10532

L’acquisto del bene confiscato da parte dello Stato, a seguito dell’estinzione di diritto dei pesi e degli oneri iscritti o trascritti prima della misura di prevenzione della confisca, è non a titolo derivativo, ma libero dai pesi e dagli oneri, pur iscritti o trascritti anteriormente alla misura di prevenzione. Il titolare del diritto reale di godimento o di garanzia è ammesso, ora, ad una tutela di tipo risarcitorio e la competenza è attribuita al tribunale che ha disposto la confisca. L’ammissione del credito, di natura concorsuale, è subordinata alla condizione di cui all’art. 52, comma 1, lett. g, del d.lgs. n. 159 del 2001, vale a dire che il credito non sia strumentale all’attività illecita o a quella che ne costituisce il frutto o il reimpiego, a meno che il creditore dimostri di avere ignorato in buona fede il nesso di strumentalità. Al creditore è addossato l’onere di provare la ricorrenza delle condizioni per l’ammissione al passivo del suo credito. Il diniego di ammissione al credito è impugnabile ex art. 666 cod. proc. pen. Competente a conoscere delle opposizioni – proposte dai creditori concorrenti – al piano di riparto proposto dall’Agenzia Nazionale è il giudice civile del luogo dove ha sede il tribunale che ha disposto la confisca.

DIRITTO DEL LAVORO

Corte di Cassazione, 24 luglio 2013 n. 17938

La responsabilità del datore di lavoro ex art. 2087 cod. civ. è di carattere contrattuale: ne consegue che la ripartizione degli oneri probatori nella domanda di danno da infortunio sul lavoro si pone negli stessi termini che nell'art. 1218 cod. civ., sull'inadempimento delle obbligazioni. E' dunque onere del lavoratore lesionato allegare e provare l'esistenza dell'obbligazione lavorativa, del danno, ed il nesso causale di questo con la prestazione, mentre il datore di lavoro deve provare che il danno è dipeso da causa da lui non imputabile, e cioè di avere adempiuto al suo obbligo di sicurezza, apprestando tutte le misure per evitare il danno.

 

Corte di Cassazione, 19 luglio 2013 n. 17713

E’ illegittimo il licenziamento del lavoratore che si rifiuta di svolgere mansioni superiori se esulano dalla sua qualifica e comportano responsabilità maggiori anche penali: il rifiuto, da parte del lavoratore subordinato, di essere addetto allo svolgimento di mansioni non spettanti può essere legittimo e quindi non giustificare il licenziamento in base al principio di autotutela nel contratto a prestazioni corrispettive enunciato dall’articolo 1460 cod. civ., sempre che il rifiuto sia proporzionato all’illegittimo comportamento del datore di lavoro e conforme a buona fede. Ne consegue che deve considerarsi legittimo il rifiuto opposto da un dipendente di una società che si occupa del commercio e della vendita di alimenti e bevande, e che è articolata sul territorio in più punti vendita, di svolgere il ‘servizio di permanenza di direzione’ di uno di questi punti vendita - servizio che comporta l’assunzione del ruolo di responsabile del punto vendita stesso, nei suoi riflessi anche penalistici - se non è dimostrato che si tratta di un compito rientrante nella qualifica di competenza del lavoratore e che questi ha conoscenze adeguate per il relativo svolgimento.

 

Corte di Cassazione, 18 luglio 2013 n. 17585

In caso di rapina al dipendente di banca spetta il risarcimento dei danni subiti senza che su di lui gravi l’obbligo di dimostrare l’inadeguatezza del sistema di sicurezza interno, essendo sufficiente la semplice la dimostrazione del danno subito e del nesso causale con la prestazione svolta:il lavoratore il quale agisca per il riconoscimento del danno differenziale da infortunio sul lavoro deve allegare e provare l’esistenza dell’obbligazione lavorativa, l’esistenza del danno ed il nesso causale tra quest’ultimo e la prestazione, mentre il datore di lavoro deve provare la dipendenza del danno da causa a lui non imputabile e, cioè, di aver adempiuto interamente all’obbligo di sicurezza, apprestando tutte le misure per evitare il danno.

 

Corte di Cassazione, 17 luglio 2013 n. 17486

L'azione, esercitata dall'Inail nei confronti delle persone civilmente responsabili, per la rivalsa delle prestazioni erogate all'infortunato, nel caso di responsabilità penale accertata nei confronti del datore di lavoro o dei suoi preposti alla direzione dell'azienda o alla sorveglianza dell'attività lavorativa configura - non già un'azione surrogatoria ex articolo 1916 cc, che l'istituto può esercitare, facendo valere in sede ordinaria il diritto al risarcimento del danno spettante all'assicurato, contro il terzo responsabile dell'infortunio che sia esterno al rischio protetto dall'assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro - bensì la speciale azione di regresso spettante (jure proprio) all'Istituto ai sensi degli articolo 10 ed 11 del Dpr 30 giugno 1965 n. 1124, che è esperibile non solo nei confronti del datore di lavoro, ma anche verso i soggetti responsabili o corresponsabili dell'infortunio a causa della condotta da essi tenuta in attuazione dei loro compiti di preposizione o di meri addetti all'attività lavorativa, giacché essi, pur essendo estranei al rapporto assicurativo, rappresentano organi o strumenti mediante i quali il datore di lavoro ha violato l'obbligo di garantire la sicurezza nel luogo di lavoro, senza che a ciò sia di ostacolo la possibile affermazione della loro responsabilità solidale atteso che l'art. 2055 Cc consente la diversità dei rispettivi titoli di responsabilità.

 

Corte di Cassazione, 16 luglio 2013 n. 17370

La previsione di ipotesi di giusta causa di licenziamento contenuta in un contratto collettivo, non vincola il Giudice, il quale deve sempre verificare, stante la inderogabilità della disciplina dei licenziamenti, la conformità di quella previsione alla nozione di giusta causa ex art. 2119 c.c. e se, in ossequio al principio generale di ragionevolezza e di proporzionalità, il fatto addebitato sia di entità tale da legittimare il recesso, tenendo conto, altresì, dell'elemento intenzionale che ha sorretto la condotta del lavoratore, salvo il caso in cui il trattamento contrattuale sia a questo più favorevole.

 

 

 

 

 

 

 

Corte di Cassazione, 13 luglio 2013 n. 17321

Il lavoratore con “mansioni di sistemazione” della merce in magazzino va inquadrato come impiegato e non come operaio, in quanto la sua attività è connessa con gli aspetti organizzativi e non produttivi dell’azienda.

 

Corte di Cassazione, 10 luglio 2013 n. 17122

Vertendosi in tema di contratto a prestazioni corrispettive, l'inidoneità del licenziamento ad incidere sulla continuità del rapporto di lavoro non comporta il diritto del lavoratore alla corresponsione delle retribuzioni maturate dal giorno del licenziamento inefficace, bensì solo il risarcimento del danno da determinare secondo le regole in materia di inadempimento delle obbligazioni. Non è applicabile la disciplina sanzionatoria prevista ( per il licenziamento privo di giusta causa o di giustificato motivo, ma, nel caso di difetto di attuazione della prestazione lavorativa imputabile al datore di lavoro, il lavoratore ha diritto al risarcimento del danno, normalmente quantificabile con riferimento alle retribuzioni perse.

 

Corte di Cassazione, 5 luglio 2013 n. 16831

Deve negarsi il vizio di genericità di un atto di incolpazione disciplinare che faccia riferimento a singoli episodi già oggetto di procedimenti giudiziari per sanzioni conservative ed altri episodi di gravi intemperanze verbali o di provocazione, integranti inosservanza dei doveri di diligente e leale collaborazione (artt. 1176 e 2104 cod. civ.), quand'anche di questi episodi non sia indicato il giorno e l'ora ma tuttavia non sia impedito all'incolpato di difendersi. I detti comportamenti indisciplinati, singolarmente non tanto gravi da dar luogo alla sanzione espulsiva, ben possono, se considerati insieme ed aggiunti ad ulteriori ed analoghi atti chiaramente ed univocamente contestati all'incolpato, dar luogo a licenziamento per giusta causa.

 

Corte di Cassazione, 4 luglio 2013 n. 16735

In relazione al carattere irrinunciabile del diritto alle ferie, garantito dall'art. 36 Cost. e dall'art. 7 della direttiva 2003/88/CE (...), ove in concreto le ferie non siano effettivamente fruite, anche senza responsabilità del datore di lavoro, spetta al lavoratore la relativa indennità sostitutiva, la cui funzione è quella di compensare il danno costituito dalla perdita del bene (il riposo con recupero delle energie psicofisiche, la possibilità di meglio dedicarsi a relazioni familiari e sociali, l'opportunità di svolgere attività ricreative e simili) al cui soddisfacimento l'istituto delle ferie è destinato.

 

Corte di Cassazione, 1 luglio 2013 n. 16452

Non configurando l'art. 2087 c.c., un'ipotesi di responsabilità oggettiva - in quanto la responsabilità del datore di lavoro va collegata alla violazione degli obblighi di comportamento imposti da norme di legge o suggeriti dalle conoscenze sperimentali o tecniche del momento - ai fini dell'accertamento della responsabilità del datore di lavoro, incombe al lavoratore che lamenti di aver subito, a causa dell'attività lavorativa svolta, un danno alla salute, l'onere di provare l'esistenza di tale danno, come pure di allegare la novicità dell'ambiente di lavoro, nonchè il nesso tra l'uno e l'altro, senza che occorra, in mancanza di qualsivoglia disposizione in tal senso, anche la indicazione delle norme antinfortunistiche violate o delle misure non adottate, mentre, quando il lavoratore abbia provato quelle circostanze, grava sul datore di lavoro l'onere di provare di avere adottato tutte le cautele necessarie ad impedire il verificarsi del danno.

 

Corte di Cassazione, 14 giugno 2013 n. 15010

Con riguardo allo ius variandi del datore di lavoro, il divieto di variazioni in peius opera anche quando al lavoratore, nella formale equivalenza delle precedenti e delle nuove mansioni siano assegnate di fatto mansioni sostanzialmente inferiori, sicché nell'indagine circa tale equivalenza non è sufficiente il riferimento in astratto al livello di categoria ma è necessario accertare che le nuove mansioni siano aderenti alla specifica competenza del dipendente, salvaguardandone il livello professionale acquisito e garantendo lo svolgimento e l'accrescimento delle sue capacità professionali. l'indagine del giudice di merito deve essere volta a verificare i contenuti concreti dei compiti precedenti e di quelli nuovi onde formulare il giudizio di equivalenza, da fondare sul complesso della contrattazione collettiva e delle determinazioni aziendali. In particolare, le nuove mansioni possono considerarsi equivalenti alle ultime effettivamente svolte soltanto ove risulti tutelato il patrimonio professionale del lavoratore, anche nel senso che la nuova collocazione gli consenta di utilizzare, ed anzi di arricchire, il patrimonio professionale acquisito con lo svolgimento della precedente attività lavorativa, in una prospettiva dinamica di valorizzazione della capacità di arricchimento del proprio bagaglio di conoscenze ed esperienze.

 

 

 

 

 

 

 

 

Corte di Cassazione, 12 giugno 2013 n. 14758

Il rapporto di lavoro degli autoferrotranviari è disciplinato da una normativa speciale" evidenziando gli elementi che integrerebbero lo scarso rendimento. "Lo scarso rendimento ricorre indipendentemente dalla gravità colpa, atteso che l'inosservanza di norme comportamentali rileva, nell'adozione del provvedimento, non già di per sé ma piuttosto quale fattore causale dello scarso rendimento. Non è affatto necessario dunque che ricorra un notevole inadempimento del lavoratore, assumendo rilievo primario la valutazione complessiva della prestazione resa in relazione all'esigenza di assicurare il regolare svolgimento del servizio pubblico di trasporto". Inoltre, "la Corte territoriale, nel non attribuire notevole rilevanza a tali condotte, ha erroneamente valutato le risultanze processuali, non tenendo conto che le pregresse sanzioni disciplinari costituivano esse stesse fattori di scarso rendimento, incidendo negativamente sul normale espletamento del servizio.

 

Corte di Cassazione, 12 giugno 2013 n. 14758

Va estesa all'infortunio in itinere la previsione in tema di comporto dettata per la malattia professionale, sicché nel comporto vanno calcolate le sole assenze per malattia e non anche quelle per infortunio sul lavoro o malattia professionale. n tema di eccessiva morbilità del lavoratore, la disposizione (...) che prevede un limite massimo di conservazione del posto in caso di assenze per infermità e, nel contempo, il diritto alle retribuzioni fino a guarigione nel caso di infortunio sul lavoro va interpretata nel senso che, ai fini del calcolo del periodo di comporto, superato il quale il datore può recedere dal rapporto, vanno calcolate le sole assenze per malattia e non anche quelle per infortunio sul lavoro o malattia professionale, atteso che non possono porsi a carico del lavoratore le conseguenze del pregiudizio da lui subito a causa dell'attività lavorativa espletata.

 

Corte di Cassazione, 10 giugno 2013 n. 14511

Non c’è un obbligo del datore di lavoro di trattare e stipulare contratti collettivi con tutte le organizzazioni sindacali. Non vige il principio della necessaria parità di trattamento tra le varie organizzazioni sindacali; il datore di lavoro non ha quindi l’obbligo assoluto neppure di aprire le trattative per la stipula di contratti collettivi con tutte le organizzazioni, potendosi configurare l’ipotesi di condotta antisindacale prevista dall’art. 28 dello Statuto dei lavoratori solo quando risulti un uso distorto da parte del datore medesimo della sua libertà negoziale, produttivo di un’apprezzabile lesione della libertà sindacale dall’organizzazione esclusa.

 

Corte di Cassazione, 7 giugno 2013 n. 14471

Il datore di lavoro non può rifiutare la ferie al dipendente in malattia che altrimenti supererebbe il periodo di comporto rischiando il licenziamento. Il lavoratore ha la facoltà di sostituire alla malattia la fruizione delle ferie, maturate e non godute, allo scopo di sospendere il decorso del periodo di comporto, dovendosi escludere una incompatibilità assoluta tra ferie e malattia. In tali casi non sarebbe, invero, costituzionalmente corretto precludere il diritto alle ferie in ragione delle condizioni psico-fisiche inidonee al loro pieno godimento - non potendo operare a causa della probabile perdita del posto di lavoro conseguente al superamento del comporto, il criterio della sospensione delle stesse e del loro spostamento al termine della malattia - perché si renderebbe così impossibile la effettiva fruizione delle ferie e che spetti poi al datore di lavoro, cui è generalmente riservato il diritto di scelta del tempo delle ferie, dimostrare - ove sia stato investito di tale richiesta - di aver tenuto conto, nell’assumere la relativa decisione, del rilevante e fondamentale interesse del lavoratore ad evitare in tal modo la possibile perdita del posto di lavoro per scadenza del periodo di comporto.

 

Corte di Cassazione, 7 giugno 2013 n. 14468

L'adempimento dell'obbligo di tutela dell'integrità fisica del lavoratore imposto dall'art. 2087 codice civile è un obbligo di prevenzione che impone al datore di lavoro di adottare non solo le particolari misure tassativamente imposte dalla legge in relazione allo specifico tipo d'attività esercitata e quelle generiche dettate dalla comune prudenza, ma anche tutte le altre misure che in concreto si rendano necessarie per proteggere il lavoratore dai rischi connessi tanto all'impiego d'attrezzi e macchinari quanto all'ambiente di lavoro, e deve essere verificato, nel caso di malattia derivante dall'attività lavorativa svolta, esaminando le misure in concreto adottate dal datore di lavoro per prevenire l'insorgere della patologia.

 

Corte di Cassazione, 6 giugno 2013 n. 14319

In tema di provvedimento del datore di lavoro a carattere ritorsivo, l'onere della prova su tale natura dell'atto grava sul lavoratore, potendo esso essere assolto con la dimostrazione di elementi specifici, tali da far ritenere con sufficiente certezza l'intento di rappresaglia, il quale deve aver avuto efficacia determinativa esclusiva della volontà del datore di lavoro, anche rispetto ad altri fatti rilevanti ai fini della configurazione del provvedimento illegittimo. Ne consegue che, in sede di giudizio di legittimità, il lavoratore che censuri la sentenza di merito per aver negato carattere ritorsivo al provvedimento datoriale non può limitarsi a dedurre la mancata considerazione, da parte del giudice, di circostanze rilevanti in astratto ai fini della ritorsione, ma deve indicare elementi idonei ad individuare la sussistenza di un rapporto di causalità tra le circostanze pretermesse e l'asserito intento di rappresaglia.

 

Corte di Cassazione, 5 giugno 2013 n. 14214

In tema di risarcimento del danno non patrimoniale derivante da demansionamento e dequalificazione, il riconoscimento del diritto del lavoratore al risarcimento del danno professionale, biologico o esistenziale, non ricorre automaticamente in tutti i casi di inadempimento datoriale e non può prescindere da una specifica allegazione, nel ricorso introduttivo del giudizio dall'esistenza di un pregiudizio (di natura non meramente emotiva ed interiore, ma oggettivamente accertabile) provocato sul fare reddituale del soggetto, che alteri le sue abitudini e gli assetti relazionali propri, inducendolo a scelte di vita diverse quanto all'espressione e realizzazione della sua personalità nel mondo esterno. Tale pregiudizio non si pone quale conseguenza automatica di ogni comportamento illegittimo rientrante nella suindicata categoria, cosicché non è sufficiente dimostrare la mera potenzialità lesiva della condotta datoriale, incombendo sul lavoratore non solo di allegare il demansionamento, ma anche di fornire la prova ex art. 2697 c.c. del danno e del nesso di causalità con l'inadempimento datoriale.

 

Corte di Cassazione, 5 giugno 2013 n. 14206

In tema di tutela contro le discriminazioni di genere, l’art. 40 del Codice delle pari opportunità, di cui al d.lgs. 11 aprile 2006, n. 198, prevede un alleggerimento dell’onere della prova in favore della parte ricorrente, tenuta solo a fornire elementi di fatto idonei a fondare, in termini precisi e concordanti, anche se non gravi, la presunzione dell'esistenza dei comportamenti discriminatori lamentati.

 

Corte di Cassazione, 4 giugno 2013 n. 14010

Il risarcimento del danno (fatto salvo il limite delle cinque mensilità di cui all'art. 18 L. n. 300/70), potrebbe essere ridotto solo nel caso in cui il lavoratore abbia colpevolmente rifiutato una occupazione analoga alla precedente e non già, come evidenziato incontestatamente dalla Corte di merito e dalla controricorrente, allorquando il rifiuto sia giustificato dalle deteriori condizioni di lavoro (anche quanto all'orario di lavoro complessivo) proposte nella specie dalla società subentrante.

 

Corte di Cassazione, 3 giugno 2013 n. 13918

Ove vengano dedotte esigenze di riassetto organizzativo finalizzato ad una più economica gestione dell'azienda - la cui scelta imprenditoriale è insindacabile nei suoi profili di congruità e opportunità - può considerarsi licenziamento ingiustificato del dirigente, cui la contrattazione collettiva collega il diritto all'indennità supplementare in ipotesi non definite dai principi di correttezza e buona fede, solo quello non sorretto da alcun motivo (e che quindi sia meramente arbitrario) ovvero sorretto da un motivo che si dimostri pretestuoso e quindi non corrispondente alla realtà, di talché la sua ragione debba essere rinvenuta unicamente nell'intento di liberarsi della persona del dirigente e non in quello di perseguire il legittimo esercizio del potere riservato all'imprenditore.

 

Corte di Cassazione, 29 maggio 2013 n. 13404

La prestazione di lavoro temporaneo rientra, anche in base alle norme europee, nella categoria del contratto a tempo determinato. La sentenza della CGUE 11 aprile 2013, Della Rocca, ha escluso che la direttiva 1999/70/CE relativa all’accordo quadro CES, UNICE e CEEP sul lavoro a tempo determinato si applichi al contratto a tempo determinato che si accompagni ad un contratto interinale per una ragione esegetica di fondo, costituita dal fatto che le parti stipulanti l’accordo quadro hanno espressamente previsto che esso si applica ai lavoratori a tempo determinato, ad eccezione di quelli messi a disposizione di un’azienda utilizzatrice da parte di un’agenzia di lavoro interinale, Da tale previsione si ricava che, anche per l’accordo quadro, e quindi per la direttiva che lo ha recepito, il contratto a termine che si accompagna ad un contratto di lavoro interinale rientra nella categoria del contratto a tempo determinato, tanto che il legislatore europeo, avendo intenzione di dedicare al lavoro interinale una regolamentazione specifica, ha ritenuto di dover operare una esclusione espressa, prevedendo quella che definisce una eccezione, in mancanza della quale l’accordo avrebbe coperto tale area. Se il legislatore europeo non avesse precisato ad eccezione di quelli messi a disposizione di un’azienda utilizzatrice da parte da parte di un’agenzia di lavoro interinale, la disciplina del contratto a tempo determinato sarebbe stata applicabile al contratto di lavoro a tempo determinato collegato ad un contratto di fornitura di lavoro interinale. A contrario deve ritenersi che, quando il legislatore non prevede tale esclusione, la stessa non opera. E’ quanto è accaduto con l’articolo 32, quinto comma, della legge 183 del 2010, che ha fatto indistintamente riferimento a contratti a tempo determinato, senza escludere i contratti a tempo determinato che si accompagnino ad un contratto di lavoro interinale.

 

 

 

Corte di Cassazione, n. 12810/2013

L'onere del datore di lavoro di provare l'impossibilità di ricollocare il lavoratore da licenziare in mansioni analoghe a quelle proprie della posizione lavorativa occupata, per quanto debba essere inteso con l'elasticità delineata dalla giurisprudenza di questa Corte (cfr. Cass. n. 777 del 2003), non può essere considerato assolto con la prova di aver proposto al dipendente un'attività di natura non subordinata, ma autonoma, esterna all'azienda e priva di qualsiasi garanzia reale in termini di flusso di lavoro e di reddito, come quella di sub-agente, specialmente se agli altri dipendenti siano state offerte ben più valide alternative.

 

Corte di Cassazione, n. 12725/2013

Nella disciplina del rapporto di lavoro, ove numerose disposizioni assicurano una tutela rafforzata alla persona del lavoratore con il riconoscimento di diritti oggetto di tutela costituzionale, il datore di lavoro non solo è contrattualmente obbligato a prestare una particolare protezione rivolta ad assicurare l'integrità fisica e psichica del lavoratore dipendente (ai sensi dell'art. 2087 cod. civ.), ma deve altresì rispettare il generale obbligo di neminem laedere e non deve tenere comportamenti che possano cagionare danni di natura non patrimoniale, configurabili ogni qual volta la condotta illecita del datore di lavoro abbia violato, in modo grave, i suddetti diritti Ai fini della configurabilità del mobbing lavorativo devono quindi ricorrere molteplici elementi: a) una serie di comportamenti di carattere persecutorio - illeciti o anche leciti se considerati singolarmente - che, con intento vessatorio, siano stati posti in essere contro la vittima in modo miratamente sistematico e prolungato nel tempo, direttamente da parte del datore di lavoro o di un suo preposto o anche da parte di altri dipendenti, sottoposti al potere direttivo dei primi; b) l'evento lesivo della salute, della personalità o della dignità del dipendente; c) il nesso eziologico tra la descritte condotte e il pregiudizio subito dalla vittima nella propria integrità psico-fisica e/o nella propria dignità; d) il suindicato elemento soggettivo, cioè l'intento persecutorio unificante di tutti i comportamenti lesivi. Quel che è certo è che per la configurabilità della responsabilità per mobbing lavorativo, in senso proprio, è necessario che siano provati tutti i suddetti elementi e dunque è immune da vizi la decisione del giudice di merito di escludere la configurabilità del mobbing, giustificata - sulla base dì un giudizio di fatto incensurabile in cassazione ove adeguatamente motivato - dalla mancanza di significative allegazioni e prove al riguardo.

 

Corte di Cassazione, 25 maggio 2013 n. 12572

La prestazione svolta da un medico presso una casa di riposo non può che essere apprezzata avuto riguardo, a al carattere professionale dell'attività espletata che rende superflua una particolare specificazione delle direttive, e alla peculiarità dell'attività cui la stessa s'inserisce. In relazione alla inquadrabilità come autonome o subordinate delle prestazioni necessarie per il perseguimento dei fini aziendali siano organizzate in maniera tale da non richiedere l'esercizio da parte del datore di lavoro di un potere gerarchico concretizzantesi in ordini e direttive e nell'esercizio del potere disciplinare.  Se l'organizzazione sia limitata al coordinamento dell'attività del medico con quella d'impresa, oppure ecceda le esigenze di coordinamento per dipendere direttamente e continuativamente dall'interesse dell'impresa, responsabile nei confronti dei clienti di prestazioni assunte come proprie e non della sola assicurazione di prestazioni altrui.

 

Corte di Cassazione, 15 maggio 2013 n. 11717

Il lavoratore che deduce il diritto alla promozione automatica ai sensi dell'art. 2103 cod. civ. ha l'onere di provare che il lavoratore sostituito era assente senza diritto alla conservazione del posto, configurandosi tale circostanza come fatto costitutivo del diritto alla promozione. Non può affermarsi il principio che nella materia in esame, riguardante la promozione automatica ex art. 2103 codice civile, gravi sul datore di lavoro la prova che il lavoratore sostituito abbia diritto alla conservazione del suo posto di lavoro, né può giustificarsi tale assunto con il riferimento al criterio - da ricondurre al disposto dell'art. 24 Cost. - della "disponibilità" e della "prossimità" della circostanza da provare in capo al datore di lavoro, e ciò al fine di non rendere impossibile o troppo difficile l'esercizio dell'azione in giudizio con conseguente indebolimento della tutela del diritto. La norma dell'art. 2103 c.c. - che disciplina nella sua astratta fattispecie anche il riconoscimento del diritto alla definitiva assegnazione a mansioni superiori - induce ad affermare, nella ripartizione dell'onere della prova, che chi invoca tale diritto debba allegare e provare, nel caso concreto, che lo svolgimento delle mansioni sia avvenuto su posizioni lavorative prive di titolare, salva sempre a carico del datore di lavoro la prova contraria che l'assegnazione era funzionale, invece, alla sostituzione di un lavoratore assente con diritto alla conservazione del posto di lavoro.

 

 

Corte di Cassazione, 14 maggio 2013 n. 11527

Il pregiudizio non si pone come conseguenza automatica di ogni comportamento illegittimo del datore di lavoro, per cui non è sufficiente dimostrare la mera potenzialità lesiva della condotta datoriale, incombendo sul lavoratore non solo di allegare la illegittimità della condotta datoriale ma anche di fornire la prova ex art. 2697 c.c., anche con presunzioni, del danno non patrimoniale e del nesso di causalità con detta condotta.

 

Corte di Cassazione, 13 maggio 2013 n. 11414

E’ legittimo il licenziamento per il lavoratore che, soggetto a provvedimento di trasferimento presso altra sede aziendale per incompatibilità ambientale, rifiuta di prendere servizio. La Corte rileva infatti che il lavoratore ricorrente "avrebbe potuto ottemperare al trasferimento percependo intanto l'indennità di missione fino allo scadere dei quattro mesi ed impugnare nel frattempo il provvedimento davanti all'autorità giudiziaria, ha invece opposto un ostinato rifiuto a riprendere l'attività lavorativa, contando probabilmente sui precedenti giudiziari a lui favorevoli, che si fondavano però su presupposti diversi.

 

 

Corte di Cassazione, 9 maggio 2013 n. 10959

L'assoluzione in sede penale “perché il fatto non sussiste” non salva il dipendente dal licenziamento. Anche se i fatti addebitati risultano solo in parte confermati, il giudice civile può sempre procedere ad una valutazione complessiva della gravità del comportamento e trarne le conseguenze alla luce dei “doveri di correttezza e buona fede. Il giudizio di proporzionalità della sanzione da irrogare non si può basare sulla valutazione di singoli episodi ma deve riguardare la condotta tenuta dal lavoratore nei suo complesso, attraverso l’esame dei comportamenti estranei ed eccedenti rispetto ai compiti propri affidati al dipendente, in questo caso la notifica delle cartelle e l’esecuzione dei pignoramenti. La peculiarità della tutela reintegratoria dell’articolo 18 dello Statuto, che comprende una ricostituzione dei rapporto ex tunc e determina una continuità giuridica del rapporto, con ripristino della posizione economica e contributiva del lavoratore illegittimamente licenziato, giustifica la persistenza dell’interesse e ciò dunque anche nelle ipotesi la effettiva ricostituzione del rapporto non sia più possibile.

 

Corte di Cassazione, 7 maggio 2013 n. 10552

La tempestiva comunicazione al datore di lavoro è espressione della corretta esecuzione degli obblighi contrattuali in virtù dei principi dettati dall'art. 1375 c.c. e dall'art. 1175 c.c. relativi alla correttezza e buona fede nell'esecuzione del contratto. E’ pertanto legittimo il licenziamento inflitto da un'azienda al proprio dipendente che abbia negligentemente omesso di verificare la corrispondenza delle prognosi effettuate nelle due diverse certificazioni mediche presentate.

 

Corte di Cassazione, 6 maggio 2013 n. 10414

La L. n. 633 del 1957, art. unico, comma 4, - secondo il quale nei rapporti di lavoro soggetti alle norme del R.D. 8 gennaio 1931, n. 148, il diritto a competenze arretrate e ad altre prestazioni di natura esclusivamente patrimoniale si prescrive nel termine previsto negli artt. 2948, 2955 e 2956 c.c. -, non si applica alla domanda di risarcimento del danno da violazione del debito di sicurezza di cui all'art. 2087 c.c., cui è invece applicabile l'ordinario termine decennale di prescrizione previsto dall'art. 2946 c.c.